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Il gene della sensibilità all'amaro

Esseri umani e scimpanzé condividono - tra le tante cose - anche una spiccata capacità di distinguere il sapore amaro. Nell'uomo questa sensibilità influenza fortemente le scelte nutritive e altri comportamenti come l'abitudine di fumare. Nelle scimmie si tratta di un efficace strumento per vivere in modo sicuro nel proprio ambiente, evitando di ingerire piante e altre sostanze tossiche.
Questa somiglianza tra parenti stretti dal punto di vista genetico fu spiegata già nel 1939 dal Ronald Fisher. In un articolo pubblicato allora sulla rivista "Nature", il genetista britannico concluse che esseri umani e scimpanzé condividono la medesima variante di uno stesso gene, e che ciò fosse un esempio di selezione bilanciata.
Ora un gruppo di ricercatori guidati da Anne Stone dell'Università dell'Arizona, in un articolo che si è guadagnato la copertina della stessa rivista "Nature" sostiene che nonostante l'accuratezza della ricerca di Fisher, le sue conclusioni furono errate. Secondo la Stone, infatti, si tratterebbe di un fenomeno evolutivo convergente, poiché uomini e scimpanzé possiedono varianti dello stesso gene, ma per ragioni differenti. Nel 2003, infatti, è stato possibile mappare nei geni umani la sensibilità al composto feniltiocarbamide (PTC): tale gene è responsabile del fatto che singoli individui percepiscano o meno il sapore amaro. Confrontando proprio le varianti del gene che lo rendono non funzionante nell'uomo e nello scimpanzé si è trovato che il difetto si trova in punti differenti del gene. Ciò indicherebbe che la mutazione non è lo stessa, come pensava Ronald Fisher.
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